Per una terza e quarta età serene

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anziani, vecchiaia


La terza e poi la quarta età non sono il protrarsi della maturità, ma stagioni diverse, per cui bisogna pensare ad esse come momenti nuovi e tralasciare perciò il confronto con quelle precedenti, che non servirebbe ad altro se non ad alimentare profonde amarezze.
Il cambiare improvvisamente abitudini disorienta chiunque. Anche se ci si prepara prima, la programmazione di nuove attività e di nuovi stili di vita avviene razionalmente, ma, quando dall’immaginazione si arriva alla realtà, l’impatto emotivo è comunque notevole. Sul piano prettamente psicologico il diventare un altro, il perdere il proprio ruolo sociale con l’uscita dal mondo del lavoro, la modificazione in negativo del corpo mette in discussione l’immagine di sé ed anche il significato dell’io.
E’ inevitabile che l’invecchiamento possa provocare un doloroso cambiamento dell’immagine di sé e dell’idea del sé, ma questa sofferenza deriva dal concetto di un sé immutabile, fuori del tempo. E’ necessario perciò imparare ad accettare ogni mutamento e ad elaborare l’angoscia che ne deriva, per arrivare ad una diversa costruzione del significato di se stessi come individui. Da una parte infatti è necessario un lavoro di destrutturazione e poi di ricostruzione di una nuova immagine, dall’altra la ricerca di nuovi significati simbolici, che diano senso al sé ed alla propria vita, per vivere l’età che avanza non come un male e come la “detestata soglia”, ma come un’occasione per chi ha avuto la fortuna di non morire prima.
Naturalmente non ci può essere un cambiamento proficuo senza un buon livello di motivazione, cioè di quella forza che ci spinge ad agire. Spesso si sente dire dalle persone più anziane : “la nascita del nipotino mi ha ridato la vita”. E’ giusto e naturale che la presenza di un bambino possa ringiovanire, ma spesso si allude al fatto che il piccolo ha stimolato l’energia necessaria per una vita più attiva. Il problema forse è proprio questo: rendersi in certo senso arrendevoli agli eventi e non rendersi protagonisti da soli in prima persona della costruzione del nostro io e delle finalità delle nostre azioni. Un elemento frenante soprattutto per le donne può essere l’abitudine a vivere per gli altri, nel senso dell’accudire, percepito come finalità della propria esistenza, oppure, più in generale, l’incapacità di vivere, mettendo se stessi al centro dei propri interessi.
Il fare il vuoto dentro di sé è il modo migliore, secondo gli psicologi, di far affiorare la nostra vera entità: è il primo passo per conoscersi e per capire cosa vogliamo fare, quali siano gli hobby o che cosa avremmo voluto fare, ma che non abbiamo potuto negli anni passati.
L’invecchiamento è un problema nuovo, una volta infatti era un fatto eccezionale, in quanto i vecchi erano pochi. Prima l’essere avanti con gli anni aveva un grande valore per l’esperienza e pee essere custodi di memorie. Oggi invece la rapidità con cui cambia tutto, ha vanificato le esperienze passate, anzi impone anche a chi è nato prima un continuo aggiornamento, e non solo tecnologico, se vuole capire e inserirsi nel nostro mondo.
Eppure chi ha vissuto più a lungo ha una maggior comprensione della natura umana, della sua grandezza, ma anche dei suoi limiti e dei suoi difetti. Proprio la persona più anziana, per la sua maggiore esperienza di gioie e di dolori, di affermazioni e di insuccessi, dovrebbe aver compreso il senso della vita e l’importanza di viverla con quella serenità, che è la premessa necessaria per l’ accettazione di sé, della propria esistenza e per l’accettazione dell’altro.





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