Una nuova sfida in medicina: la cronicità


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Il 20% della popolazione adulta europea, con picchi in Norvegia, Belgio e Italia, soffre di dolore cronico. Il problema assume aspetti rilevanti innanzitutto per la sofferenza individuale, ma anche per i giorni di lavoro persi, per la difficoltà di mantenere relazioni sociali stabili e per la qualità della vita che risulta inevitabilmente rovinata.
Il dolore può essere un sistema di difesa quando è un campanello di allarme, per cui è necessario un immediato intervento per evitare un danno. Ma quando si autoalimenta, perdendo il suo significato iniziale o quando non se ne scopre la causa scatenante, diventa cronico.
Il dolore cronico genera sofferenza fisica e psichica, indebolisce lo stesso sistema immunitario e le potenzialità individuali e si associa di conseguenza a profonde modificazioni della personalità e dello stile di vita. Perciò non è più un sintomo, ma va considerato a tutti gli effetti una malattia, che, in quanto tale, è da curare. Questa è la posizione odierna della stessa Organizzazione mondiale della Sanità , delle scuole di medicina più all’avanguardia e degli economisti sanitari, per i quali la cura adeguata del dolore cronico potrebbe abbattere gli elevati costi sociali dovuti a trattamenti sbagliati, ad inutili ricoveri ospedalieri ed all’alto numero di giorni lavorativi persi per malattia.
Eppure in Italia i centri specializzati per la diagnosi e la terapia del dolore sono ancora pochi, per cui sono molto lunghi i tempi d’attesa per una visita specialistica e certamente chi è colpito da qualunque tipo di dolore disabilitante non può aspettare sei mesi. Per alleviare le sofferenze della malattia cronica sarebbe necessario non solo intensificare programmi di assistenza, ma anche attuare piani di prevenzione che puntino ad una diagnosi precoce, ad una corretta informazione ed educazione sulla malattia, ad un miglioramento del trattamento e ad adeguati investimenti in cura e solidarietà, oltre all’attuazione di politiche volte anche al miglioramento delle condizioni ambientali.
Ma affrontare il fenomeno cronicità, che è destinato ad aggravarsi, significa soprattutto evitare una morte prematura a quei milioni di persone che soffrono di una malattia di ampia diffusione come quelle cardiovascolari, l’ infarto, il cancro o il diabete. Secondo l’ultimo rapporto Oms, infatti, circa 17 milioni di persone muoiono prematuramente ogni anno proprio a causa dell’ epidemia di una malattia cronica.
Basti pensare che solo l'aumento del rischio cardiovascolare nella popolazione (l’incidenza dell'infarto del miocardio potrebbe aumentare del 25%), dovuto anche all'incremento dell'età media, presenta un difficile scenario per il servizio sanitario nazionale italiano nei prossimi decenni. Soltanto una strategia di prevenzione, avverte la Siprec ( societa' italiana per la prevenzione cardiovascolare), può modificare questa tendenza.
Eppure solo una ristretta parte del budget del sistema sanitario è dedicata alla prevenzione delle malattie croniche e di conseguenza sulle famiglie e sui pazienti pesa la prevenzione anche in termini di attesa, di costi privati e di accesso alle informazioni. Secondo il rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità, Preventing chronic diseases: a vital investiment (Prevenire la malattia cronica: un investimento vitale), la prevenzione delle malattie croniche potrebbe salvare la vita a 36 milioni di persone che rischiano la morte entro il 2015, anche grazie ad interventi di poco costo, ma di grandissima efficacia ( tra gli esempi citati: la riduzione di sale nei cibi lavorati, il miglioramento dei pasti scolastici, la tassazione di tabacco e derivati).
Abbiamo già sottolineato in questo spazio anche l’importanza di una conoscenza e di un’analisi della tipologia degli errori medici, come forma primaria di prevenzione, per cui sarebbe necessario ed urgente un preciso impegno politico e l’intervento responsabile delle strutture sanitarie.
Se le campagne di prevenzione da sole non bastano, è meglio curare il potenziale ammalato prima ancora della manifestazione dei sintomi. Per questo oggi si sta introducendo finalmente anche il concetto di Pre-medicina: intervenire precocemente sull’organismo colpito da malattia, prima che la malattia appaia definitivamente.
E’importante che nuove prospettive di cura abbiano una ricaduta immediata ed effettiva nella prassi quotidiana e che entrino nei protocolli operativi sia attraverso corsi di formazione e di sensibilizzazione del personale, sia attraverso piani di controllo e di verifica in grado di monitorizzare lo stato dell’erogazione delle cure del servizio sanitario e di programmare idonee strategie di intervento e di correzione.
Attualmente la cronicità rappresenta comunque non solo un problema di prevenzione, ma anche e soprattutto di gestione della malattia, in quanto finora siamo stati abituati a curare la malattia nella sua fase acuta.
La malattia cronica è diversa dalla malattia acuta: non è un episodio che si risolve, ma può cambiare la vita, per l’impatto sulla quotidianità del danno agli organi colpiti. E’ necessario perciò alimentare una cultura della cronicità che deve essere adottata da un sistema sanitario che, proprio perché abituato a risolvere la malattia acuta, è impreparato ad affrontare la malattia cronica.
Per questo la malattia cronica deve diventare una delle nuove frontiere della medicina : occorrono diagnosi precise e tempestive, terapie efficaci, accessibili per chiunque e lo screening deve non solo migliorare la qualità della vita, ma soprattutto prevenire decessi e disabilità. Per questo le strutture sanitarie ed i sistemi politici devono affrontare in modo rinnovato le nuove necessità di assistenza, a partire dai medici di famiglia, da coloro cioè che teoricamente dovrebbero conoscere meglio il loro assistito ed offrirgli subito le cure adeguate.
Non si tratta però solo di un problema di formazione, ma anche culturale, in quanto sembra che la sofferenza sia un obbligo. La tradizionale credenza nel dolore come mezzo di espiazione e di riscatto per una vita futura o come un fenomeno ineluttabile della vita è frutto di una mentalità atavica e mortificante che, giustificando l’accettazione del dolore, ingenera sentimenti e stati d’animo depotenzianti e sofferenti. Il nostro percorso di vita invece dovrebbe essere indicato da ciò che è più connaturato al nostro animo, in quanto ci fa star bene: la ricerca del benessere.
Proprio in un clima di rinnovato umanesimo abbiamo il diritto ed il dovere di chiedere una politica sanitaria che sia in grado di affrontare le nuove esigenze e che imponga un’adeguata formazione anche nei confronti del dolore cronico, a partire proprio dai medici di famiglia.




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