L’Italia sta invecchiando

L’Italia sta invecchiando


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In Italia, come negli altri paesi industrializzati, la struttura sociale è profondamente cambiata rispetto al passato, sia per la presenza massiccia di persone avanti con gli anni, sia per la percentuale più elevata rispetto a qualunque altro periodo storico e questa trasformazione comporta un radicale cambiamento in tutti i settori, provocando alla nostra società, impreparata di fronte ad un fenomeno di portata epocale, l’insorgenza di nuovi problemi.

anziani, vecchiaia


Finora il problema è stato affrontato soprattutto in termini medici, arrivando spesso ad un’ eccessiva medicalizzazione del fenomeno della vecchiaia: la mission della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, costituita a Firenze alla metà del secolo scorso, era quella infatti di "promuovere e coordinare gli studi sulla fisiopatologia della vecchiaia, nonché quello di affrontare anche nei suoi aspetti di ordine sociale, il grave e complesso problema della vecchiaia". Oltre che sul piano medico la questione va affrontata invece anche in termini culturali, nel senso che l’età avanzata non va vissuta come un problema, una malattia, o come un periodo sterile, carico dei rimpianti o di ricordi del passato ed esente da una programmazione futura, ma come una tappa dell’iter evolutivo dell’uomo, che trova il suo senso proprio nel suo divenire.
La condizione degli anziani in Italia però non ha avuto ancora l’attenzione che merita, se si considera la portata dell’invecchiamento della popolazione, secondo solo al Giappone.
Un approccio serio alla questione non può più essere rinviato anche perché, secondo i dati Istat, continua ad aumentare l’aspettativa di vita della popolazione italiana, pari a 79,2 anni per gli uomini e a 84,4 per le donne, con un guadagno rispettivamente di circa nove e sette anni in confronto a trent’anni prima. Grazie alle condizioni igieniche, ai traguardi della medicina, alla conoscenza sempre più diffusa di un sano stile di vita, il trend è in crescita: un uomo di 65 anni può aspettarsi di vivere altri 18,4 anni e una donna altri 21,4 anni, un ottantenne altri 8,4 e una ottantenne 10,1 anni. Inoltre è importante considerare le cifre fornite dal Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri che mostrano in modo impressionante le tendenze del prossimo futuro. “Se infatti la popolazione degli ultra 65enni (i nonni) supera già adesso di oltre mezzo milione quella con meno di 20 anni (i nipoti), stime accreditate mostrano come tra vent’anni il divario potrebbe superare i 6 milioni; nel contempo sembra prospettarsi, poco prima del 2030, anche il sorpasso numerico della popolazione ultraottantenne (i bisnonni) su quella con meno di dieci anni (i pronipoti). Se poi si va oltre e lo sguardo giunge fino al 2051, le proiezioni indicano chiaramente quanto ancor più grande sarà la sfida: la popolazione con meno di 65 anni dovrebbe diminuire di 6 milioni e mezzo, mentre quella con almeno 65 anni aumenterebbe di poco più di 8 milioni e, al suo interno, gli ultra 90enni sarebbero destinati ad accrescersi di 1,7 milioni di unità.”
Parallelamente all’allungamento della vita si registra una notevole diminuzione delle nascite che favorisce una sproporzionata distribuzione di classi di età: al 1 gennaio 2011 si registravano 144,5 anziani ogni 100 giovani. E’ un trend destinato a crescere: secondo le previsioni attuali, nel 2050 ci saranno 256 anziani ogni 100 giovani.
Il fenomeno della denatalità non sembra episodico, ma perdura da anni e presenta un trend negativo. Da più parti si intravvede la causa principale nella crisi economica, a cui si aggiunge la difficoltà per i giovani di un lavoro stabile, la mancanza di strutture del welfare destinate al sostegno della maternità, l’insufficienza degli asili nido e soprattutto la difficoltà per le donne di conciliare il lavoro in casa con quello retribuito.
Secondo me invece la causa principale consiste in un fatto culturale. La sfiducia nel futuro e soprattutto nella comunità, intesa come famiglia, scuola, società ha favorito un ripiegamento su stessi, che induce ad una visione individualistica dell’esistenza ed alla creazione di nuovi valori, quali l’affermazione professionale, anche da parte delle donne, la libertà e l’indipendenza, intesa non tanto come non volontà o incapacità di assumersi delle responsabilità, quanto come desiderio di non avere legami duraturi.
Il fenomeno nuovo dell’invecchiamento della popolazione comporta il grave rischio dell’invecchiamento della società, con un peggioramento economico e culturale, con la mancanza di ricambio generazionale, oltre alla perdita di identità e di valori di un popolo e di una civiltà, in quanto destinati a sparire. Esso inoltre può generare nel medio periodo tensioni fra le varie generazioni, causate innanzitutto da una sproporzione tra i pochi che pagano i contributi, rispetto ai più che ricevono la pensione. Sempre secondo i dati Istat, infatti, cresce l’indice di dipendenza, misurato dal rapporto percentuale fra la popolazione in età non attiva (0-14 anni e 65 e più) e quella in età attiva (15-64 anni), che passa dal 45,5% del 1995 al 52,3 del 2011. Nel 2050 questo rapporto dovrebbe salire a 84,7, con un ulteriore contrazione della percentuale della popolazione attiva.




Significato del termine vecchiaia


Ancora oggi l’età di inizio della vecchiaia è fissata a 65 anni, ma mentre prima questa età si riferiva alla riduzione della capacità lavorativa, in relazione al lavoro manuale, ora il cambiamento di abitudini e di stili e lo stesso allungamento della vita implicano una rivisitazione del concetto e dei suoi limiti anagrafici e richiedono contemporaneamente il superamento di un’ottica puramente fisiologica della vecchiaia. I cosiddetti avanti con gli anni di oggi sono molto diversi da quelli di dieci anni fa, infatti ora la maggior parte degli over 60 vivono da soli, sono in buona salute ed autosufficienti e molti sanno anche usare il computer. A queste riflessioni si deve aggiungere la constatazione che l’istituto della pensione offre, a differenza del passato, una vasta gamma di opportunità e la possibilità di lasciare il mondo del lavoro per godersi il tempo libero. Quello che oggi si presenta perciò non è più il quadro dei “vecchi” di cinquanta anni fa, ma di persone che hanno ancora una interessante prospettiva di vita.
Perciò il cambiamento di vita impone una rivisitazione del termine vecchiaia.
Le parole inoltre hanno non solo un significato, ma hanno anche un valore evocativo, nella misura in cui generano quelle emozioni negative o positive, a cui esse si accompagnano per l’accezione che hanno assunto nella storia e nella cultura sociale. Di conseguenza la rivisitazione della parola vecchiaia presuppone in primis una revisione del termine e dei suoi significati simbolici, visto che l’idea che evoca la parola vecchiaia non corrisponde alla realtà odierna. Al termine generico di vecchiaia si è sostituito infatti quello di anziano, almeno per designare quella fascia più giovane della categoria e quella autosufficiente.
Anche il termine anziano però risulta improprio, in quanto esso ha un significato generico, senza qualificare l’età di riferimento. In quanto composto dalla preposizione ante, che significa prima, quindi nato prima, a prescindere da chi è appena nato, è infatti un aggettivo riferibile a chiunque di qualunque età. Le connotazioni di “terza” e di “quarta età” invece mi sembra che definiscano bene una fase della vita che segue quelle precedenti dell’infanzia e dell’adolescenza e quella dell’adulto. Nel concetto di progressione che queste espressioni evocano sono impliciti da una parte il logoramento organico, dovuto dagli anni, ma dall’altra l’esperienza derivante dal vissuto, la libertà dagli impegni prefissati, la saggezza, che deriva da una maggiore esperienza.
In quella che finora é considerata una categoria omogenea é necessario perciò fare un distinguo. All’interno di questa classe di età dobbiamo distinguere quelli che noi chiamiamo della terza età, ancora attivi ed indipendenti e quelli della quarta età, in cattive condizioni di salute, incapaci di badare a sé. E’ praticamente impossibile definire i limiti delle diverse classi di età, primo perché il solo dato bio-fisiologico risulta insufficiente a circoscrivere un fenomeno che risente moltissimo delle condizioni storiche passate e presenti e secondo perché una classificazione, di per sé definita, non può cogliere il dinamismo, dato dal cambiamento continuo e rapido dei parametri degli appartenenti a questa generazione.
Ciò nonostante è importante tener presente le diverse tipologie nell’ambito di questa categoria per un’analisi differenziata del fenomeno e per calcolare non solo la sua proporzione sul totale della popolazione, ma anche la proporzione delle varie classi all’interno di questa ampia generazione ed in relazione al totale della popolazione



La situazione italiana


Dall’ultimo rapporto rapporto Censis sulla condizione degli anziani in Italia nell'ultimo decennio, risulta che gli over 65 (cioè i componenti della terza età, considerando invece la soglia della quarta età intorno ai 75/80 anni) vivono per la maggior parte con il coniuge, sono attenti alla propria salute, coltivano interessi culturali, mangiano in maniera sana, si dedicano ai viaggi, agli hobbies, si interessano di informatica e di web, molti fanno volontariato, si dedicano ai servizi sociali e frequentano corsi culturali, come l’Università della terza età.
Un problema di non facile gestione invece riguarda il vecchio ammalato non più autosufficiente, che, per una grave malattia o per l’aggravarsi di quella cronica di cui è affetto, perde la sua autonomia.
Il processo di invecchiamento non è determinato solo dell’età, ma anche dal livello di istruzione, dalla tipologia di vita vissuta e dagli stili in essa adottati.
Una distinzione particolarmente importante per la popolazione della terza e quarta età è quella relativa al reddito, che spesso ne determina le condizioni socio-culturali. Per essi la principale fonte di reddito è costituita dalla pensione, il cui ammontare naturalmente è inferiore allo stipendio. La pensione rappresenta un’importante novità nel nostro periodo storico, in quanto la sua diffusione ha riscattato gli anziani dalla dipendenza economica dalla famiglia, permettendo loro per la prima volta nella storia, di diventare datori di lavoro, nel pagarsi una colf od una badante. Dal “Rapporto Italia 2012 Eurispes” emerge addirittura che il 71,3% degli ultra 64enni aiuta economicamente i figli: il 9,6% lo fa sempre, il 29,8% spesso ed il 31,9% qualche volta.
Sempre da questo rapporto risultano altri dati importanti che ci danno la misura del valore economico e sociale degli over 60 per la loro attività di aiuto informale, per i loro carichi familiari e per l’attività di volontariato. Rappresenta un valore, che in un’indagine fatta per lo Spi/Cgil, presentata dall’IRES a marzo 2010 dal titolo “Il capitale sociale degli anziani”, viene conteggiato circa 18,3 miliardi di euro all’anno. Secondo il rapporto infatti il 68,5% degli ultra 64enni aiuta molto i figli tenendo i nipoti; il 10,3% lo fa sempre, il 33,2% spesso ed il 25% qualche volta.. Tanti ultra 64enni prepara da mangiare ai propri figli: l’11,7% sempre, il 18,1% spesso ed il 35,1% qualche volta.
Dal “Rapporto Italia 2012 Eurispes” emerge in generale un quadro interessante sulla condizione degli over 60 in Italia: la maggioranza (45,4%) considera la terza età una occasione per dedicarsi a se stessi e ai propri interessi, contro il 27,8% che la considera come una fase di declino, il 19,4% per cui si tratta di un periodo in cui si può riposare ed occuparsi dei propri interessi personali. Le malattie e la perdita di autonomia, la paura della solitudine, il sentirsi inutile ed avere difficoltà economiche sono i principali timori di questa categoria.
Se finora parecchi tra i più avanti con l’età hanno potuto aiutare anche economicamente i figli, indubbiamente i pensionati sono penalizzati più di tutti dall’attuale crisi economica e dalle ultime manovre messe in atto dal governo, come la nuova tassa sulla casa e dalla riduzione dei servizi socio-sanitari, in un momento della vita in cui i bisogni più costosi, legati appunto all’assistenza ed alla cura, crescono con l’età.
Esiste una percentuale di pensionati che vive in uno stato di povertà, in quanto fruitori di pensioni bassissime. Basti pensare alle donne, che, o non hanno affatto la pensione, per una vita pregressa di casalinga, oppure, se vedove, percepiscono quella di reversibilità, comunque bassa, oppure a tutti coloro,che, per motivi anagrafici e storici, pur avendo lavorato, non si trovano una contribuzione che abbia potuto garantire loro una pensione dignitosa.



Contraddizioni sociali


Nonostante che il nostro sia un paese che sta invecchiando, è pervaso da una filosofia di vita ispirata all’eterna giovinezza, all’attivismo ed all’utilitarismo, in cui non c’è posto per la vecchiaia, come se non esistesse, o se esiste, va ignorata, o al limite considerata come una malattia (senectus ipsa est morbus, diceva Terenzio ).
Però è implicita un’altra profonda contraddizione: una società che è proiettata al futuro, in realtà non fa nulla per il proprio futuro che è rappresentato dalle generazioni più giovani. Le statistiche dicono infatti che a novembre 2012 il tasso disoccupazione giovanile raggiungeva il 37,1%. Non solo ma in Italia c’è una vera e propria gerontocrazia, dal momento che tutte le posizioni di potere (in politica, in finanza, nel mondo delle professioni, nell’università) sono occupate dalle persone più anziane. Secondo l’Eurispes, infatti, in Italia quattro potenti su 5 sono over 50 anni, mentre i giovani fino a 35 anni rappresentano solo il 3% dell'intera classe dirigente, di conseguenza questa situazione impedisce il ricambio generazionale, creando un grave immobilismo sociale.
Da una parte un numero limitato di persone più anziane occupano le posizioni di potere, dall’altra la maggioranza dei loro coetanei vive invece in una condizione di invisibilità, di mancanza di potere e di emarginazione sociale. La concezione utilitaristica, caratteristica del nostro periodo storico, spinge infatti a giudicare l’uomo per la sua produttività ed utilità per la famiglia e la società e ad isolare chi non ha più un ruolo sociale, come avviene alla fine del periodo lavorativo.
In questo contesto al di là di chi detiene il potere, che rappresenta la minoranza, oggi in generale la figura degli over 50-60 ha perso anche quella considerazione sociale di persona saggia, equilibrata, trasmettitore di valori, come è avvenuto nei precedenti contesti storici- sociali. I cambiamenti veloci e repentini e l’uso delle nuove tecnologie hanno infatti destrutturato e messo in discussione gli antichi saperi e modelli.
La crisi attuale comunque lancia anche alle persone più avanti nell’età una sfida interessante, che consiste nel ricercare e nel ridisegnare un proprio ruolo all’interno della famiglia e della società, che dia un nuovo significato alla propria esistenza. Ma è soprattutto un’occasione per elaborare nuovi convincimenti sull’età più mature. Dopo una vita di lavoro, dopo aver cresciuto una famiglia, forse la maggior parte aveva immaginato il momento della “vecchiaia”, come un periodo di arrivo, nel senso di poter godere della tranquillità e delle gioie della vita. Da qui il disorientamento, la rabbia spesso rivolta al mondo, la difficoltà di comunicazione con le altre generazioni, che, già oppresse dai loro problemi, fanno fatica ad accollarsi anche quelli delle altre fasce di età.
E’ una sfida impegnativa questa che si presenta agli over 50 di oggi, anche perché bisogna prima di tutto saper accettare l’invecchiamento e superare quell’angoscia che deriva spesso dall’eccessiva identificazione con il proprio corpo. Con un trapasso illogico dal fisico che si logora, all’aspetto pluridimensionale si arriva spesso addirittura alla perdita di senso dell’esistenza.




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