Tattica nel calcio ieri e oggi
L’aspetto tattico è quello attraverso cui si coglie in maniera più evidente, più tangibile l’evoluzione deò gico del calcio


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L’aspetto tattico è quello attraverso cui si coglie in maniera più evidente, più tangibile l’evoluzione di questo gioco. Non a caso il libro di Gianni Brera: “Storia Critica del Calcio Italiano”, che ha un taglio di questo tipo, è uno dei più chiari ed avvincenti. Sono, tuttavia, interessanti altri aspetti: quello economico, politico e sociale , ben evidenziato nel volume di Antonio Ghirelli: Storia del Calcio in Italia, edizione Einaudi e quello tecnico, ben descritto nell’opuscolo della serie: Play the game – Calcio di Ken Goldman e Peter Dunk.

tattica, calcio, Zaccheroni, 3-5-2, 4-4-2, 4-2-3-1


Al fine di rendere funzionali alla squadra le caratteristiche peculiari dell’individuo, nasce la tattica, all’interno della quale si fondono le individualità, pur mantenendo un’autonomia che possa dare libertà d’azione, all’ “estro” del singolo. Passiamo quindi ad esaminare la tattica del passato, molto ben descritte nel DIZIONARIO DEL CALCIO Ed. BUR. Dopo il rudimentale “sistema piramidale”: 2 terzini (così detti perché appartenenti alla terza linea) – 3 mediani – 5 avanti , abbozzato dagli inglesi all’inizio del secolo, il metodo si può considerare il primo serio tentativo di organizzazione del gioco .Questa tattica prevedeva una squadra molto allungata con due difensori schierati ovviamente a zona (cioè a difendere la zona del campo loro assegnata senza seguire un particolare avversario) tre mediani e 5 attaccanti. La novità consisteva nel fatto che in fase offensiva il centromediano, insieme con le mezze ali, con cui formava una specie di triangolo a centrocampo, si occupava della costruzione del gioco. In fase difensiva i due mediani retrocedevano a marcare le ali avversarie ed i terzini cercavano di sbarrare la strada alle due mezze ali, mentre il centromediano arretrava a contrastare il centravanti. Si passava pertanto ad un 2-3-2-3, in cui il ruolo fondamentale era dato al centromediano (il famoso centromediano metodista) che doveva avere doti di resistenza, perché avanzava ed arretrava, di classe, perché costruiva il gioco e di capacità di contrasto perché difendeva sul centravanti. Tale tattica garantì un buon successo alle squadre danubiane, (Austria, Cecoslovacchia ed Ungheria), i cui giocatori erano maestri nel controllo del centrocampo e nella triangolazione, oltre che dotati di una padronanza tecnica eccezionale, frutto di allenamenti continui e metodici che avevano esportato all’estero e soprattutto in Italia (A. Ghirelli, La Storia del Calcio in Italia). Questo tipo di gioco esprimeva senso della geometria, eleganza, equilibrio di rapporti tra reparti; mancava, comunque, la fantasia e l’inventiva, tipica dei paesi latini ed in particolare dei Brasiliani. L’Italia invece aveva un buon mix tra geometria e fantasia e grazie all’apporto dei metodi di allenamento e della tattica danubiane ed alla naturale fantasia latina, accentuata anche dall’innesto di oriundi latino-americani, vinse due mondiali: il primo superando in semifinale e finale proprio i Danubiani, Austria e Cecoslovacchia, il secondo battendo proprio i Brasiliani, che erano venuti con la loro migliore formazione convinti di maramaldeggiare e che, invece, furono battuti proprio dall’Italia in una semifinale che spalancò le porte agli azzurri per la conquista del titolo a Parigi, contro tutti i pronostici. Come si evince dalla “Storia Critica del Calcio Italiano” di Gianni Brera proprio per la loro presunzione e mancanza di tattica i brasiliani, che potevano e potranno contare sulle più grandi individualità, dovranno aspettare fino al 1958 per vincere un titolo mondiale. Il principale difetto del metodo era però la debolezza difensiva, a cui si ovviava con la tattica del fuorigioco e cioè il sincronico spostamento dei difensori in avanti per neutralizzare gli attaccanti avversari. Comunque le squadre oltre che ad eclatanti vittorie andavano incontro anche a vistose sconfitte. Così cominciò ad imporsi il SISTEMA “WM”, chiamato in tal modo perché la disposizione degli uomini in campo richiamava queste due lettere, elaborato dall’allenatore dell’Arsenal, l’inglese Herbert Chapman .
Questa tattica introduceva il concetto di marcatura a uomo, prevedeva lo schieramento di tre difensori, preposti al marcamento del centravanti e delle due ali, con due mediani in posizione più avanzata, opposti alle due mezze ali avversarie. Davanti ai mediani agivano le due mezze ali (formando con i mediani il quadrilatero di centrocampo) che avevano il compito di sostenere il gioco del centravanti e delle due ali, che sostituivano la vecchia “prima linea” a cinque uomini . Il sistema WM, chiamato anche semplicemente sistema, si diffuse velocemente negli anni trenta in Inghilterra ed in altri paesi europei. Non attecchì in Italia e nei Paesi latino-americani sia per la scarsa compatibilità del concetto di marcamento a uomo con quel calcio, sia perché richiedeva doti atletiche e di movimento di tutta la squadra non consone alle nazioni meridionali, come scrisse Brera suscitando numerose polemiche. Una delle migliori prove di questa tattica si ebbe nell’incontro tra l’Italia bi-campione e l’Inghilterra a Milano il 13.5.1939. La partita finì 2 a 2 ma dimostrò il predominio del gioco inglese , ammirato sinceramente anche dal pubblico italiano. Da lì ebbero la loro genesi le accese discussioni, che tennero banco fino agli anni Cinquanta, sui due tipi di gioco e che, comunque, ispirano anche oggi l’antinomia tra difensivisti ed offensivisti; tra marcamento a zona e marcamento ad uomo, inizialmente risolta con la zona mista. Merita un accenno la variazione di questa tattica portata dall’Ungheria negli anni Cinquanta con il sistema MM che prevedeva non solo la difesa schierata ad M, come nel sistema classico ma anche l’attacco e cioè con l’avanzamento delle due mezze ali e l’arretramento del centravanti e delle due ali. Tale sistema di gioco era funzionale anche, e soprattutto, alle caratteristiche delle due mezze ali, che erano le due punte (Puskas e Kocsis) e del centravanti, Hidegkuti, che è stato il primo grande interprete del ruolo del centravanti arretrato, in grado di fare gioco di sponda e riferimento per far salire la squadra. Questo sistema è importante perché introduce per la prima volta il gioco a due punte ed anche perché dimostra come la tattica si debba adattare alle caratteristiche dei giocatori e che essa deve essere intesa come lo strumento per far rendere al meglio il proprio parco giocatori. L’idea di acquisire un parco giocatori da mettere insieme per strumentalizzarli alla propria tattica preconcetta talvolta si è rivelato un errore atroce, vedi Sacchi in Spagna ed al ritorno nel Milan, quando non aveva un parco di giocatori adatto. Il WM in Sudamerica fu poi superato dal 4-2-4 del brasiliano Feola, di cui si ricorda la magnifica dimostrazione data ai mondiali del 1958, per la prima vola vinti dai carioca. Come viene spiegato nel Dizionario del Calcio, questa tattica si rifaceva al “metodo” che era più adatto alla mentalità sudamericana, aliena dal marcamento a uomo. In pratica consisteva nel disporre i giocatori su tre linee: una prima di 4 attaccanti, la seconda di 2 centrocampisti e la terza con 4 difensori, disposti a zona. Il sistema non era comunque così spregiudicato in quanto prevedeva che le due ali in fase difensiva “tornassero” per aiutare i centrocampisti per cui questo sistema si trasformava rapidamente in un “4-4-2”, pronto a riproporsi nell’assetto più offensivo alla riconquista della palla. In alcuni casi una delle ali arretrava addirittura fino alla linea dei difensori in modo da consentire ad uno di essi di assumere le funzioni di libero. Il “4-4-2”, negli anni 70, in gran parte per merito del Brasile, divenne, poi, la naturale evoluzione del “4-2-4” e si diffuse in tutto il mondo. In Europa il WM era oggetto di riflessioni in senso difensivo, già iniziate sin dalla fine degli anni trenta con l’adozione da parte degli Svizzeri del “verrou” (letteralmente catenaccio). Questo sistema di gioco consisteva in un ritocco squisitamente difensivo del WM con la comparsa per la prima volta della “coppia centrale”, formata da due uomini che si dividevano il compito di affrontare l’attaccante avversario: uno lo marcava in prima battuta, l’altro si preparava ad intervenire in suo soccorso qualora il primo fosse stato saltato dall’attaccante avversario. Per compensare la perdita di un uomo in fase difensiva, uno degli attaccanti, alternativamente, arretrava a dare manforte ai compagni. Il superamento, in Italia, del WM in senso difensivo, che era già avvenuto in maniera tangenziale e nascosta, perché impopolare, si manifesta palesemente con Gipo Viani che teorizza il suo “vianema”, con cui porta la Salernitana in Serie A ed il Milan a grandi successi. Viani, supportato da tempo da Gianni Brera, mandava il suo centravanti a marcare il centravanti avversario in modo da liberare da impegni di marcatura il proprio stopper. Arrivato al Milan il tecnico ha trovato l’opposizione di Liedholm e Schiaffino, che mal sopportavano di doversi dedicare anche a compiti difensivi e pertanto non riusciva ad imporre le sue teorie. Dopo un avvio di campionato deludente, come racconta Brera, Viani ha tentato la carta decisiva a Firenze contro i campioni in carica. Approfittando anche dell’assenza di Liedholm, ha arretrato il mediano Bergamaschi dietro lo stopper, ha affidato la zona del centrocampo arretrato a Schiaffino e ha applicato il contropiede. In questo modo il Milan riusci’ ad espugnare clamorosamente Firenze per 3 a 0 e da quel momento è riuscito ad applicare il suo sistema, portando il Milan a grandi successi. Il suo modulo contemplava un uomo aggiunto alla difesa ed in particolare allo stopper centrale, un centrocampo il più possibile folto di pedine, un attacco limitato a due, massimo tre punte. L’ala destra Bredesen giocava in appoggio, Schiaffino sovrintendeva alla regia con l’aiuto di Liedholm, che si aggiungeva sempre all’azione. Con questo modulo il Milan vinse anche la Coppa dei Campioni ed il gioco difensivista, detto all’italiana, si impose all’attenzione di tutto il mondo, soprattutto dopo il bis italiano di Coppa ottenuto dall’Inter di Helenio Herrera, che si ispirava allo stesso tipo di gioco. L’abbondante disponibilità di moduli di gioco ha permesso agli allenatori moderni di fare molte variazioni sul tema, utilizzando ora questo, ora quell’altro accorgimento rispetto ai moduli-base. Il principio ispiratore mi sembra quello di portare il maggior numero di giocatori a partecipare allo sviluppo dell’azione sia in fase difensiva che in fase offensiva, sia con la palla che senza palla. Sono così nati i terzini fluidificanti, di cui in Italia c’è stata una magnifica fioritura, da Cabrini a Gentile a Maldini, ed anche le ali tornanti. E’ nato così il calcio totale olandese, la cui generosità, sovente, non ha tenuto conto dei limiti fisici dei giocatori. Senz’altro ciò ha portato ad un maggior dispendio di energie e quindi ad una preparazione atletica da dosare nel corso di tutto l’anno, anche per l’impegno di un calendario sempre più fitto di gare importanti a livello nazionale ed internazionale. Si sono prodotti anche fenomeni negativi come l’eccessivo professionismo, non tanto per i guadagni quanto per la necessità di un parco sempre più ampio di giocatori, con molti cambi di squadra e perdita dell’identità delle stesse, ed il ricorso a sostanze ai limiti del pericolo per il fisico dei giocatori. Per quanto concerne il merito della tattica vera e propria ritengo che nell’ultimo decennio sia stato rivalutato notevolmente il reparto di centrocampo, ritenuto il più importante, tanto da essere definito il settore nevralgico del gioco, sia in fase di costruzione che in fase di rottura. Inoltre concetti moderni come baricentro, distanza fra i reparti sono dovuti ai movimenti dei giocatori che compongono la linea mediana, anche perché oggi quasi tutte le squadre, giustamente a mio parere, giocano molto corte, facendo così assumere al centrocampo la regia del gioco. Tra le migliori espressioni di questi schemi è doveroso segnalare il 3-5-2 adottato dal Milan di Zaccheroni nella seconda parte della stagione 98-99, dove Boban ricopriva il ruolo di spola tra centrocampo ed attacco. L’altro esempio, sempre nella stessa stagione, è il Parma di Malesani, che in Veron trovava il giocatore adatto a ricoprire il ruolo di trequartista. Ma la squadra che mi è piaciuta di più , dal punto di vista tattico, negli ultimi anni è stata la Francia degli Europei del 2000, ancor più che quella dei mondiali. Lo schema era un 4-2-3-1 con: due terzini di spinta, Lizarazou e, soprattutto,Thuram, due mediani di contenimento per mantenere gli equilibri della squadra, Deschamps e Viera, quest’ultimo anche con compiti di inserimento in fase offensiva, il grande trequartista Zidane, giocatore di quantità e grandissima qualità, due ali, Djorkaeff e Dugarry, che, partendo molto larghi, quasi dal centrocampo, avevano il vantaggio di non essere marcati e di essere già in corsa quando venivano affrontati dal difensore avversario. Inoltre le due ali, sovente, andavano ad inserirsi nello spazio centrale dell’area avversaria, lasciato opportunamente libero dall’unica punta di posizione, Henry o Trezeguet, che, tornando indietro per ricevere palla, portava fuori i difensori avversari, aprendo spazi spesso ricoperti anche da dei “rimorchi”, Blanc e Viera su tutti. Facendo giocare una sola punta con due ali “larghe” si tolgono i punti di riferimento ai difensori avversari ; a tal proposito è opportuno ricordare la Lazio campione d’Italia del 99-2000, che giocava con Salas o S. Inzaghi unica punta, ma risultando, comunque, per numero di reti, la seconda squadra più prolifica, dietro al Milan, dell’ offensivista Zaccheroni. In quell’anno infatti segnarono moltissimo i centrocampisti laziali, Veron, Nedved, Simeone, Conceiçao e Stankovic. Mi sembra opportuno concludere che non c’è un sistema in assoluto migliore degli altri, ma la tattica va adattata ai giocatori a disposizione e, last but not least, deve tenere conto volta per volta anche delle caratteristiche della squadra avversaria. Proprio per questo motivo è molto importante per una squadra avere un allenatore in grado di saper leggere la partita e di apporre le giuste e necessarie modifiche nel corso del match.
Eros Tarditi

13-02-2006




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